S INDACATO U NITARIO L AVORATORI P OLIZIA L OCALE 
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applicazione decreto sicurezza - pubblichiamo il pensiero di un nostro iscritto

Oltre la banalità del Buonista e del Cattivista. Qualche riflessione su un argomento difficile ed importante. C’è ben altro in gioco oltre la medialità montante (e deformante i fatti politici e giuridici) circa l’inserimento anagrafico degli stranieri irregolari. Dobbiamo ben focalizzare un importante punto (giuridico e legalitario) che riguarda il capire quanto spazio c'è tra la disapplicazione e la contestazione di una norma con valore di legge ... Dobbiamo ben stare attenti all’altro punto (politico, sociale e civile) che riguarda il decidere cosa fare da grandi nelle politiche di Cittadinanza con diritti e doveri, nelle politiche di polizia e di sicurezza che da quelle della inclusione od esclusione sono distinte, ma tutt’altro che estranee. Ma andiamo al cuore del Problema (vero) piuttosto che allo Show nato dallo scontro tra Leoluca Orlando, Sindaco di Palermo, e Matteo Salvini, Ministro dell’Interno e leader del “partito leghista italiano”. Scontro cui si sono aggiunti parecchi Sindaci ed altri se ne aggiungeranno (da un lato, dall’altro o in mezzo). Ricordando che assegnare ad una persona una residenza è un atto importante, fondamentale nel renderlo noto e visibile ai pubblici poteri, vediamo cosa c’è realmente nello scontro tra iscrizione o “respingimento anagrafico”. Circa la disapplicazione non è facile, anzi è maledettamente difficile da parte di un pubblico potere statale (tale è il sindaco nell'esercizio delle funzioni anagrafiche) in contrasto con altro potere statale. Intanto chi è l'antagonista dei sindaci "contestatori"? È il parlamento quale organo legiferante ? È il governo che ha utilizzato il suo potere "secondario" di legislatore emanando legge in forma di decreto ? È il Ministro dell'Interno quale (legittimo) superiore politico-gerarchico del sindaco-Ufficiale di Governo? Ove il ministro intenda ipertroficamente occupare tutto il proscenio (probabile per indole e per precisa scelta di apparire politico-partitico) può ben mandare dei commissari ad acta per far svolgere quanto i “disobbedienti” rifiutano (o contestano). Disapplicare una legge da parte di un organo o potere pubblico … si può ? Non c’è una risposta…perché … ce ne sono due! Una legge che sia in contrasto con altre leggi di rango uguale o superiore è, in certi modi, “disapplicabile” (il sindaco non è che non applica “quella” legge, bensì ne applica “altre”). Uno scontro del genere si trasferirebbe sul piano giudiziario, sino alla suprema Corte (oltre che su quello politico-mediale, con relativa esibizione muscolare che spero non arrivi alla spettacolarizzazione estrema di contingenti di polizia negli uffici anagrafici). Una legge che sia in contrasto con opinioni personali o linee di partito cui si aderisce, ovvero programmi politici che si vogliono adottare, invece, non è “disapplicabile” (il Sindaco-Organo statale è tale, … non è sé stesso, né l’esponente di un partito, né il propugnatore di “un’altra politica”), perché verrebbe totalmente meno il collante istituzionale ed i ruoli che impone. Ad esempio un sindaco razzista non può negare il matrimonio tra un bianco ed un nero; né uno familiar-tradizionalista può negare una unione civile tra persone di uguale genere sessuale. Anche in assenza di una chiara legge che legittimi la contestazione di altra norma, la disobbedienza estrema si può invocare solo in caso di lesione di principi basilari costituzionalmente fissati. Non è invocabile per qualsiasi argomento ed è arduo il diritto alla Resistenza contro leggi individualmente ritenute “ingiuste” ove legittimate dal sistema democratico-parlamentare Siamo in un terreno ampiamente minato e di difficile percorribilità. Contestare una legge da parte di un organo o potere pubblico … si può ? la risposta qui è certamente si. ma è il come la si contesta che fa tutta la differenza. Si può ben attivare tutto il legittimo bagaglio del repertorio della lotta politica (che è il sale della Democrazia), partendo dalle dichiarazioni di fuoco a giornali, a scioperi della fame (a qualcuno farebbe molto bene), ad incatenamenti, a cortei con fasce tricolori sotto il Viminale (spero debitamente comunicati), a tante altre cose, sino a minacciare la disapplicazione (cosa diversa dalla effettiva disapplicazione) o - estrema ratio al confine tra legittima contestazione e disapplicazione- l’avviare una disapplicazione simbolica per suscitare la questione innanzi ad un organo giudicante. In passato vi sono state minacce di disapplicazione che però non sono tutte raffrontabili perché abbiamo visto che il loro valore giuridico (e la ben diversa considerazione di giudizio) dipende se poggianti su principi costituzionali, su un piano normativo o su scelte di opinioni di partito. Un giudizio in termini di “criminalistica” può però essere ben espresso. Sappiamo tutti che il vero problema degli “stranieri” non è che “esistano”, non è che cerchino di “vivere” o di “sopravvivere” e non è, infine, che siano qui da “noi”. È che alcuni (pochi, tanti, troppi ? è un altro discorso) siano fuori dalle “regole”, dal patto di civile convivenza, dal vivere sociale. Questo essere fuori è dato da vari motivi. Uno è quello di scelte criminali o asociali (devianza) che si manifesta con grandi reati o col fare la pipi in strada (qui bisogna distinguere se c’è devianza in quanto la si fa per abitudine o se invece c’è solo l’incontenibile bisogno fisiologico negato dalla mancanza di disponibilità/accedibilità ai gabinetti pubblici o degli esercizi pubblici. In tale ultimo caso direi che non c’è devianza dagli 2altri” bensi “nostra “ idiozia politico-sociale) L’altro è quello di scelte (volontarie o costrittive) alla “invisibilità” che è un elemento foriero di marginalità ed irresponsabilità sociale: niente nome (o tanti, tutti falsi, tutti inventati), niente riconoscibilità, identità sociale o cittadinanza (che rende ogni persona portatore di diritti e imputato di doveri), con conseguente estraneità, marginalità o reclutamento in altri “gruppi” sociali (altri ordinamenti giuridici avrebbe detto il Santi Romano), indotto dalle necessità data dalla dimensione sociale che comunque ingloba il clandestino, l’invisibile, il non integrato (o almeno non integrato nell’ordinaria dimensione sociale e nella normale sfera di diritti e doveri). Contrastare la invisibilità significa dare una identità certa ad ogni persona che vive o semplicemente transita nel nostro territorio… Il “dare una identità”, il dare una chance a persone, uomini, donne bambini, è contemporaneamente una politica di integrazione sociale, di legalità e di sicurezza (anche in termini di politiche intelligenti di polizia e lungimiranti politiche anti-criminali). Il negare una identità, il costringere alla marginalità, alla invisibilità, alla esclusione è una politica che genera crimine, è una politica a favore della criminalità o comunque della devianza, è una politica che alimenta la insicurezza e le file del terrorismo. Bisogna scoraggiare criminalità e devianza punendola, correggendola, non alimentandola o creandola. Mi sembrano paradossale che certe proposte di marginalizzazione sociale sine-crimine, di certe politiche certamente criminogene siano propugnate da chi chiede il consenso in nome di sicurezza ed ordine. O forse no!

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